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Prima dei Capitani: i Mozzi! PDF Stampa E-mail
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briggo1Le seguenti righe sono un delizioso acquerello del 1840, sobriamente descritto da Gio Bono Ferrari (1882  - 1942).
Per una volta – tra tante gesta memorabili dei capitani della vela - vengono ricordati coloro che appartengono alla categoria inferiore dell’equipaggio: i mozzi o “deckboys” dei giorni nostri.

E’ vero che quei fatti e personaggi sono incompatibili con le esigenze professionali odierne, ma rimane pur sempre valido quel metodo di imparare il mare sia facendo esperienza “on the spot” e sia aggiornandosi sulla variegata teoria di come condurre e gestire il mezzo mobile più grande del mondo. Oggigiorno diremmo partecipazione ad uno stage di lavoro e studio, come effettivamente è richiesto dai vigenti regolamenti internazionali.
A noi, gente del 21° secolo - di fronte alla scarsità di vocazioni marittime -  non resta che sognare di quella schietta – e se vogliamo, tosta - preparazione al comando di una nave, una preparazione impegnativa come richiedeva l’abilitazione a condurre un veliero dell’800, uno strumento complesso che presentava anche molte difficoltà di vita sociale e di criticità ambientali,  ma che offriva pur sempre l’eterna e stimolante sfida tra l’Uomo e i suoi limiti.
Già: quei giovani esuberanti del 1840 sarebbero stati poi gli ultimi esponenti dell’epoca eroica della vela.

Bruno Malatesta – 2/2012


I Mozzi di bordo
di  Gio Bono Ferrari (tratto da “Camogli, La Città dei Mille Bianchi Velieri”)

Và da sè che erano tutti dei vispi monelli, sempre pronti a fare i dispetti al Dispensiere o ad azzuffarsi con i colleghi degli altri barchi. Spesso erano i figli dell'Armatore o del Capitano, ma erano infine e comunque i piccoli Mozzi di bordo. Quando il barco ritornava dall’estero e andava in disarmo per pochi mesi, il porto di Genova, dalla parte delle Grazie, diventava una selva di antenne camogliesi.
Messo in assetto il barco, iniziava per il Mozzo un altro lavoro, forse il più pesante: quello di prendere il cartoccio dei quaderni e andare alla scuola Nautica di Fossatello. Erano pochi mesi di Istituto, poi di nuovo un viaggio e ritorno a scuola. I vecchi chiamavano quell'alternarsi «la pratica e la grammatica»; quella scuola avrebbe permesso loro di diventare i futuri capitani dei velieri camogliesi, famosi ed apprezzati in tutti gli oceani.

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(foto Archivio  Ferrari - Riproduzione vietata)


I genitori-capitani sceglievano un Nostromo fidato e molto paziente, il quale aveva l'ordine di accostare con la sua lancia sotto ciascuna biscaglina di barco e prelevare i suoi passeggeri: era praticamente una diligenza marittima carica di scolari.
Quel Nostromo si chiamava Rixèi ed era persino autorizzato da alcuni genitori a tenere a freno i giovani più riottosi con dei pesanti scappellotti che odoravano di pece. La lancia accostava infine a Ponte Calvi, sui gradini di quello che si chiamava "il terrazzo di marmo", dopodichè i ragazzi di Camogli sciamavano da lì verso Fossatello. Il Nostromo Rixèi accendeva quindi la sua  pipa e pazientemente aspettava gli allievi che, appena finita la scuola, venivano riportati a bordo.
Una pittoresca nota: i ragazzi di Camogli l'avevano "di traverso" specialmente con quelli di Genova e le piccole baruffe erano continue. L'offesa più atroce che i monelli camoglini potessero fare ai colleghi della Superba era quella di cantare il seguente ritornello: «Zena à l'é grande, ma a l'é pinn-a de palanche; Camōggi ō l'é piccìn, ma ō l'é pìn de marenghìn!».


NOTA: palanca = moneta di rame, era la 20ma parte della lira; marenghino = moneta d'oro da 20 franchi.

 

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