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Padrone Marittimo La Pea, Comandante della mc Miriam PDF Stampa E-mail
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La Pea era il soprannome di mio padre, Rossi Pietro, Padrone Marittimo classe 1908, un uomo di cui persone che non sapevano che ero suo figlio dicevano: il comandante Rossi non è buono o cattivo, è un uomo giusto. Aveva un altro senso morale, a 52 anni della sua scomparsa ancora vive nel mio cuore di vecchio marinaio.

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La motocisterna Miriam in navigazione

A sedici anni frequentavo la scuola d’arte A. Passaglia di Lucca alla sezione di pittura; dopo diverse esperienze scolastiche negative avevo trovato la mia strada. I professori erano contenti del mio intento. Ricordo in particolare il mio primo affresco “Notte di Capodanno”: una bottiglia di champagne con un calice e tante figure geometriche. Mia madre non mi aveva fatto uscire così avevo immaginato quella notte e l’avevo disegnata. Il professore pensava che l’avessi copiato. Per me era una lotta continua procurare i soldi per pennelli, tubetti di colore, fogli. Li vendeva una cartoleria dall’altra parte della piazza. Il professore di laboratorio voleva che indossassi la cappa, non l’avevo, alla fine la rubai. Andò avanti così fino a metà anno scolastico, alfine decisi di andare a navigare.
Dissi a mio cugino Romano di avvertire il papà che avrei abbandonato la scuola. Mio padre comandava la m/c  Miriam, una "barca" comprata in Francia della portata di 499 tonnellate. Il contratto era alla parte, una vera fregatura, ma gli imbarchi scarseggiavano e c’era poco da avere le puzzette sotto il naso. Era sbarcato il Mozzo e io presi il suo posto. Oltre ai vari lavori in coperta, ero addetto alla tavola dei quattro ufficiali (infatti alle 11:30 andavo a lavarmi), apparecchiavo la mensa e servivo. Dividevo la cabina con il Cuoco, Diomede Stefano, un brav’uomo di Mola di Bari, io occupavo la cuccetta superiore. Facevamo viaggi da La Spezia per Fiumicino , portavamo la benzina al deposito di Bertani.
La mia vita  era abbastanza dura. Forse era stato mio padre a dire al 1° Ufficiale De Pirro di Porto S.Stefano di "mettermi sotto". Quando si partiva da La Spezia dovevo andare nel pozzo delle catene a sistemare la catena dell'ancora mentre veniva salpata; il fango della rada puzzava in modo nauseante, non sempre lavavano bene la catena e a volte cadevano blocchi di fango che mi infradiciavano tutto. Che schifo!!!

Era un lavoro abbastanza faticoso, mi alzavo con il Cuoco alle sei la mattina e finivo alle otto la sera. Se non c’era altro da fare, il 1° Ufficiale mi faceva lucidare con la manteca gli ottoni; da allora ho sempre odiato quel lavoro,  non mi dava mai tregua, inoltre venivo chiamato alle manovre di arrivo e partenza, peggio di un carceriere aguzzino. Forse mio padre aveva dato queste disposizioni affinchè cambiassi idea e tornassi a scuola o a fare un altro lavoro. Non mi vedeva adatto per la vita del mare. Una sera infatti mi chiese se volevo ritornare a scuola, io per orgoglio gli dissi di no.
A volte per scaricare a Fiumicino andavamo alle canne, un ormeggio dopo un ponte levatoio; questo la sera restava abbassato e impediva la partenza delle navi, di conseguenza per poter partire per tempo si facevano miracoli alla discarica.
Allora la filosofia del mare era imperniata nell’orgoglio di essere un bravo marinaio, di non fare brutte figure sul lavoro, ma soprattutto di essere uomini e non ruffiani o mezze calzette, ma mai superbi, se si sbagliava si aveva il pudore di ammetterlo. Fu in quel periodo che conobbi l’onore e la dignità di mio padre, merce molto rara al tempo di oggi.

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Il ponte levatoio di Fiumicino

Avevamo terminato la discarica e mio padre era andato alla svelta in ufficio per farsi consegnare i documenti di partenza. Nel momento c’era il figlio di Bertani che, chissà per quale motivo, non voleva dargli i documenti; li aveva in mano, ma rifiutava la consegna. Mio padre pensando al ponte che scendendo avrebbe fermato la nave per una notte gli strappò dalle mani i fogli, venne a bordo chiamò il pilota e si partì. Appena usciti il ponte fu calato.
Non l’avesse mai fatto. Il figlio andò a protestare dal padre: “Il comandante Rossi mi ha strappato i documenti di mano, mi deve chiedere scusa, se non lo fa, l’armatore lo deve sbarcare, altrimenti la nave non avrà più molo!”.
L’armatore, il sig. Belfiore  di Genova, contattò mio padre e lo consigliò di andare a chiedere scusa altrimenti sarebbe stato costretto a sbarcarlo. Mio padre disse: “Io non ho sbagliato, perché devo chiedere scusa a quel ragazzo? Se avessi mancato lo farei subito, non vado! Lei, sig. Belfiore, si comporti di conseguenza, mi sbarchi pure, ma io non chiederò scusa!”.
In quei momenti passavamo un periodo di impegni  finanziari, mio padre aveva rialzato la tettoia dove abitavamo di due piani e occorrevano i soldi per i lavori. Io fremevo, assolutamente non volevo che chiedesse scusa, tutto il bordo era in attesa della conclusione della vicenda.
Partimmo da La Spezia per Fiumicino, pensavamo che all’arrivo avremmo trovato il nuovo comandante. All’ormeggio invece sostava una lussuosa macchina con sopra il sig.  Bertani in persona. Era venuto a prendere mio padre per portarlo a pranzo a Roma.

Non l’ho mai dimenticato, quando si è nel giusto bisogna avere la dignità di non piegarsi ad un sopruso, anche se le conseguenze possono essere  drastiche, questo vuol dire essere uomini e andare a testa alta.
Alcuni mesi dopo mi chiamò in cabina mi disse che doveva sbarcare per operarsi a Firenze dal prof. Simonetta. Affrontò la malattia come aveva affrontato la vita e il mare. Correva l’anno 1962, morì a 54 anni con 29 anni effettivi di navigazione. A questo penso, mentre scrivo nella casa da dove lui uscì senza più ritornare: altri tempi, altri uomini.

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Il Jolly Verde, la nave dove Rossi  scrisse per suo padre la seguente poesia:

Quanta stanchezza
Porto sulle spalle,
quante veglie notturne,
quanti sogni perduti
sull’acqua del  mare.
Ora
Che la tua stessa vita
Vivo,
padre,
so
quanto mi hai amato.

CDM Idamo Rossi (6/2014) - Foto fornite dall'Autore

 

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