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Uno scorcio di Camogli

Va detto subito: questo breve scritto semiserio e’ in fondo un’amara constatazione di certi tempi che furono; il significato del titolo, prestatomi dal genovese, suona piu’ elegantemente come “il manuale delle menzogne”.

Il periodo del racconto e’ centrato nei primi anni ’70, quando le vicende social-politiche erano in veloce e preoccupante metamorfosi, , quando i Beatles stavano per disintegrarsi: gli orizzonti mutavano repentinamente il loro scenario da burrascoso a sereno paradisiaco, un’alternanza dei fatti del mondo a cui – anche oggi - siamo ben rodati. Per usare un termine roboante, cio’ che si legge successivamente e’ quindi un resoconto storico.
A quel tempo, c’era a Camogli una molecola di gente anomala, a cui non interessava farsi etichettare come “sessantottini”, gente che aveva - con orgoglio - acquisito il diploma dell’Istituto Nautico locale e che aspettava impazientemente di lavorare finalmente sulle navi mercantili.
I nomi che seguono sono inventati, ma i fatti narrati sono probabilmente accaduti.

 

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Lungomare di Camogli, anni '70

Cercare imbarco a vent’anni
In quel’epoca senza social network, le persone, specialmente i giovani, stavano piu’ insieme e comunicavano schiettamente a quattr’occhi, senza la falsa empatia di Internet o il pretesto di una qualsiasi attivita’ aggregativa.
Uno dei punti di ritrovo era il mitico Bar Aurora con il suo antistante muretto, dove molti di noi hanno difatti passato parecchie stagioni. Per incontrarsi non serviva il telefonino, ci si vedeva automaticamente alle 11 o alle 17 per l’aperitivo e alle 21 per poi andare da qualche parte in Riviera, ad un cinema o – piu’ tardi – al ristorante o in discoteca.  I piu’ fortunati avevano ancora la paghetta di famiglia, altri avevano gia’ quadagnato un po’ di denaro col servizio militare o con qualche sporadico ed insoddisfacente imbarco.
La maggior parte aveva un comune obiettivo: poter imbarcare al piu’ presto in pianta stabile, cosi’ da alleviare alla propria famiglia un prolungato fardello. Beninteso, a ciascuno di noi faceva piacere rimanere a casa e condividere con i propri cari gli affetti piu’ genuini e la vita comoda, ma tant’e’, bisognava crescere e lavorare.

E il lavoro sul mare si trovava.
C’era una pagina dell’allora Corriere Mercantile di Genova  che riportava la “posizione della flotta”. In pratica, si poteva consultare l’itinerario di ogni nave  italiana, quali porti toccava, quale carico trasportava. Bastava telefonare all’Ufficio Equipaggio che gestiva quella unita’ e sapere cosi’ se c’era la possibilita’ d’imbarco come Allievo Ufficiale di Coperta o Macchina. Era garantito che nel giro di qualche giorno, nella maggior parte dei casi, l’offerta d’ingaggio sarebbe arrivata. In definitiva, se un giovane diplomato voleva lavorare – si badi bene – su unita’ di bandiera italiana con personale italiano, era davvero possibile, ci si procurava cioe’ un impiego sicuro e quasi “su misura”.
Bene, si dira’, erano altri tempi... Pero’ adesso, di cosa stiamo parlando?

Il cambio generazionale: l’onda dei nuovi orizzonti
Quel periodo fu anche innovativo: chi aveva ottenuto il diploma dell’Istituto Nautico giaceva sulla cresta di un’onda.
Da una parte c’era la formidabile tradizione marittima nei dintorni che – seppur qualcuno di noi non appartenesse a famiglie di marinai – ci faceva sentire quasi in dovere di intraprendere il mestiere del navigante. Sovente si diceva per scherzo che se a Camogli, invece della Scuola Nautica, fosse stato costruito un Seminario, tanti residenti sarebbero divenuti diaconi o sacerdoti.
Dall’altra parte dell’onda c’era la tradizione marinara radicata, cioe’ ne facevano parte coloro che erano eredi delle storiche famiglie di naviganti e quindi ben motivati e preparati a lavorare a bordo.
Ora, inseriamo in un mixer gli anni mutevoli di quel tempo, i giovani delle due tipologie anzidette, senza dimenticare la forte richiesta di imbarco da parte delle compagnie armatrici dell’epoca: e’ probabile ottenere come risultato una quasi “naturale e tracotante riluttanza” ad imbarcare o, per lo meno, il lusso di permettersi di “scegliere la nave giusta”.

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Tempo libero su nave da carico negli anni ‘70

Situazioni bizzarre
A quel tempo, quando l’elenco dei diplomati nautici appariva sui quotidiani alla fine dell’Anno Scolastico, le aziende marittime s’affrettavano a contattare i neo promossi. I nostri genitori fungevano letteralmente da centralini e segretari: annotavano la chiamata del “capitano d’armamento” e ce l’avrebbero comunicata al rientro a casa. A qualche famigliare scappava di aggiungere (vista l’insistente urgenza dell’interlocutore e la nostra poca voglia di partire) che ci incontravamo al Bar Aurora. Detto fatto.
Al Bar, di solito cazzeggiavamo tra di noi, fumavamo come ciminiere sigarette di tutte le marche, parlavamo di musica, lavoro, moto e auto, relazioni sentimentali, amici, ristoranti, cioe’ le cose universali di tutti i giorni che ci rendevano invincibili. Improvvisamente, quando squillava il telefono, l’ampia sala del bar ammutoliva.
“Chiamata per Paolo Dassigo!” annunciava laconicamente  il cameriere.
Tutti, scuri in volto, fissavano Paolo che stava per concludere una mano vincente a ramino, avvolto dalle stantíe spirali di fumo. Al tavolo coprivano le carte in segno di pausa. Lui si alzava nervoso e, a lenti passi, si dirigeva verso l’angusta cabina telefonica. Persino una decina di amici ed amiche che erano seduti sul muretto antistante il Bar in quel pomeriggio d’aprile avevano intuito la situazione ed entravano ad assistere.
Paolo prendeva  la cornetta e – lasciando la porta aperta - sussurrava: Si’...”. Poi, un attimo di silenzio.
E continuava sulla difensiva: “Si’, sono io.... Un imbarco?  Ma quando? E dove?”
La natura della chiamata era subito evidente a tutti gli astanti. “Il nemico” s’era fatto piu’ scaltro ed aggressivo: ci aveva stanato! Dovevamo fare qualcosa!
A quell’epoca, il concetto di privacy era sconosciuto ed improponibile, era pero’ imperativo  “proteggere noi stessi”.

Ma Paolo, illuminato da chissa’ quale demone perverso, rifletteva per un momento e aggiungeva con tono deciso ed inaspettato:
“Mi fa piacere che m’abbia chiamato, ma al momento ho delle pendenze con la Cassa Marittima e non posso imbarcare, appena sono a posto, ci risentiamo!”.
La telefonata si concludeva li’, con quell’evidente bugia, visto che Paolo godeva di ottima salute. Era pero’  iniziata una nuova epoca con un nuovo strumento: “il libretto delle musse!”.
Da allora, altre compagnie di navigazione chiamarono il Bar, ma l’interpellato di turno – se l’offerta di lavoro per qualche verso non gli garbava – se ne inventava una, “consultando” appunto il suo manuale personale, virtuale e variopinto,  tra l’ilarita’ di chi gli stava in giro.

Si cresce
Passati gli anni, abbiamo tutti trovato finalmente un’occupazione che ci ha accompagnato fino ad oggi e che il buon Istituto Nautico d’allora ne ha permesso l’attuazione o, per lo meno, l’impostazione.
Tanti validi professionisti d’oggi, tra cui Comandanti, Direttori di Macchina e Manager del cluster marittimo, apprezzati in tutto il mondo,  ricordano con simpatia – e forse anche invidia - quel tempo che non tornera’ piu’ e che ci fa davvero riflettere a lungo al solo pensiero di raccontarlo alle giovani generazioni di naviganti... Sicuramente la tendenza ad andar per mare si affievoli’ proprio in quegli anni, si iniziava a guardarci in giro e – paradossalmente per i tempi odierni -  questa propensione coincise con una opulenta e solida richiesta di imbarchi. Emblematica fu la scelta di un mio compagno del corso Capitani che – dopo il diploma nautico – si laureo’  in legge.

Siamo certi, infine, che non ci verranno chiesti i particolari di quelle anacronistiche storie poiche’,  per spiegarle, potremmo di nuovo consultare il libretto...

Bruno Malatesta (10/2015) - Foto dell'autore

 

Commenti 

 
#1 2015-10-10 17:36
Sacrosanta verita' ....
 

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