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I naufraghi dell'Italia a Tristan da Cunha PDF Stampa E-mail
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Vista di Edinburgh a Tristan da Cunha (foto di Sascha "Sash" Seitz, realizzata durante una crociera
della M/s "Alexander Von Humboldt" e consegnata al Com.te Giuseppe Casini Lemmi di Camogli)

I naufraghi dell’Italia a Tristan da Cunha: appunti per la storia di una storia

Riportiamo qui di seguito i passaggi essenziali dell’intervento del concittadino avv. G. B. Roberto Figari durante la presentazione del libro di Giuseppina M. Picetti “Milleottocento miglia a sud di Sant’Elena” ( ediz. Liberodiscrivere) lo scorso 17 giugno 2017 nel Museo Marinaro di Camogli.



 

La vicenda della perdita, in seguito all’autocombustione del carico di carbone, del brigantino a palo <Italia> nel 1892 e le vicissitudini del suo equipaggio sull’isola atlantica di Tristan da Cunha, ove due marinai decisero di rimanere per sempre, non mi hanno mai particolarmente affascinato.
Del resto quel bastimento non era di un armatore di Camogli, ma di Chiavari, come di Chiavari era il capitano, mentre di Camogli erano solo il nostromo e quattro marinai, di cui due - per giunta - scelsero appunto di restare su quell’isola sperduta piuttosto che tornare a casa!  
E’ indubbio che nella plurisecolare epopea marinara camogliese vi sono stati, rispetto a questo, episodi assai più esemplari della sua tradizione, ma è altrettanto indubbio che questa storia ha invece evidentemente riscosso - e continua a riscuotere - un gran successo a Camogli e fuori Camogli, esercitando un’altrettanto grande suggestione su scrittori e su lettori.
Quella che segue è una rassegna tutt’altro che esaustiva e questi solo alcuni appunti finalizzati alla ricostruzione di una storia di quella che per ora chiamerei semplicemente la “storia” di Tristan.
Sul numero di giugno del 1893 della “Rivista Marittima” appare - a meno di sei mesi dal rientro in patria dei naufraghi dell’ <Italia> - il testo integrale della relazione inviata al ministro della Marina dal capitano Francesco Rolando Perasso, comandante del veliero.
La breve nota introduttiva redazionale precisa che in essa “si contengono particolari che, se poco aggiungono alle cognizioni dei naviganti, offrono pur tuttavia di che soddisfare tutti coloro che alle cose del mare s’interessano con quell’amore che noi vorremmo si propagasse dall’un capo all’altro della nostra penisola”. 
In realtà la relazione del comandante Perasso non solo riferisce diligentemente i fatti, ma, per quasi metà della sua estensione, è dedicata ad un’accurata descrizione dell’isola: è il testo edito a livello nazionale più risalente finora da me rinvenuto in cui si fa riferimento alla nostra storia.
Il fascicolo intitolato “Pro Camogli” - stampato, proprio al principio dello scorso secolo, nell’anno 1900 dalla Premiata Tipo-Litografia e Legatoria Battilana di Chiavari per cura dei giovani Fortunato Marini e David Repetto - consta di complessive cinquantasei pagine, di cui tredici di pubblicità.
In esso, proprio nelle ultime due pagine di testo, prima delle inserzioni pubblicitarie, troviamo, a firma di Fortunato Marini, un “frammento” intitolato “L’incendio dell’ <Italia> ovvero i camogliesi all’isola di Tristan da Cunha. 
A tutt’oggi è questo il primo testo noto della bibliografia locale in cui si racconta - seppure in forma letteraria - del naufragio occorso al bastimento chiavarese e delle successive vicissitudini del suo equipaggio, di cui facevano parte cinque camogliesi.
Nonostante esso sia stato dai redattori definito “frammento”, non si tratta affatto di un vero brano autobiografico - come invece vorrebbe far credere l’esposizione in prima persona ed il tenore memorialistico - bensì di una libera rielaborazione giornalistica della vicenda.
Troppe infatti sono le discordanze di questo racconto rispetto a quanto riportato nel suo diario da Agostino Lavarello, uno dei tre camogliesi membri dell’equipaggio del veliero naufragato che fecero ritorno in patria (gli altri due furono il nostromo Fortunato Schiappacasse ed il marinaio Antonio Gardella) e  soprattutto l’unico di loro che lasciò un suo diario - ancorché non sincrono - della vicenda.
I due marinai camogliesi rimasti sull’isola erano Gaetano Lavarello ed Andrea Repetto: Agostino Lavarello - coetaneo e cugino di Gaetano - partito da Camogli ai primi di maggio del 1891, tornò a casa poco prima della Pasqua del 1893.
In seguito egli navigò ancora su velieri e su piroscafi e quindi sui vapori della “Transatlantica Italiana”: nel 1920 era nostromo sul transatlantico <Giuseppe Verdi> , ove era imbarcato come giovane allievo ufficiale mio nonno paterno G. B. Figari.
Il così detto diario di Agostino Lavarello è in realtà una ricostruzione della sua avventura fatta a memoria, anni dopo i fatti, fissata sulla carta dopo averla raccontata a voce per decenni.
Anni fa ho conosciuto ed incontrato più volte, quando egli ancora abitava a Camogli, Simone Lavarello, il figlio di Agostino, nato dal matrimonio con Maria Ansaldo, la sua prima moglie: lo ricordo perché tra chi ha scritto di suo padre qualcuno ne ha del tutto ignorato l’esistenza! 
E’ dunque il memoriale di Agostino Lavarello - il cui manoscritto è custodito oggi nel Museo Marinaro di Camogli - ad essere utilizzato per la redazione del libro “I naufraghi di Tristan. Avventure di marinai italiani.”, pubblicato nel 1930 a Milano dall’Istituto Editoriale Avio-Navale. 
Come si può intuire dal sottotitolo, il volume - che conta un centinaio di pagine e trenta illustrazioni - si inserisce nel filone di riscoperta e di rivalutazione della tradizione marinara italiana in allora promossa con intenti celebrativi - anche in chiave espansionistica e nazionalista - dal regime.  
In tale filone, del resto, rientrava buona parte della produzione della casa editrice, fondata nell’agosto del 1928 da Antonio Calegari, capitano di lungo corso ed ufficiale di complemento nella Regia Marina.

Il libro - firmato da Agostino Lavarello, al cui nome, sul frontespizio, segue tra parentesi la precisazione “anni 31 di navigazione” - si avvale di una prefazione dell’avvocato Tomaso Gropallo, un patrizio genovese cultore di cose di mare, mentre introduzione e note sono del capitano Calegari: entrambi i curatori hanno messo mano al racconto del nostromo camogliese.
Ed è significativo che sia lo stesso editore milanese a donare nel luglio del 1938 al Museo Marinaro di Camogli il manoscritto di Agostino Lavarello.
Come è sempre il capitano Calegari a riproporre nel maggio del 1943, in piena guerra, la storia di Tristan  - forse questa volta con un taglio più vicino al reportage geografico, che alla rievocazione storica - sulle pagine de “Le vie del mondo”, rivista edita dalla Consociazione Turistica Italiana, come allora si chiamava il Touring Club Italiano.
Nel secondo dopoguerra, e più precisamente nel 1952 - riprendendo pressoché integralmente una sua recensione apparsa nel 1930 sul quotidiano genovese “Il Lavoro - Giovanni Ansaldo ripropone la storia del naufragio dell’ <Italia> e del suo equipaggio sulle pagine de “il Borghese”.
Nel libro del 1930, però - come lo stesso Ansaldo aveva osservato - la storia aveva dovuto lasciare un certo spazio alla… fantasia, o meglio alle esigenze editoriali, per modo che per avere una pura e semplice la trascrizione del “racconto parlato” di Agostino Lavarello, cioè senza i fronzoli aggiunti dai due “curatori” Gropallo e Calegari, si son dovuti attendere ancora un paio di decenni.
E più precisamente fino al giugno del 1972, quando il capitano Attilio Bertolotto, riordinatore e direttore del Museo Marinaro, la pubblica finalmente - seppure in una tiratura assai limitata di poche decine d’esemplari - come secondo fascicolo della serie ciclostilata dei “Quaderni del museo”: 26 cartelle dattiloscritte, più una tavola fuori testo con due schizzi cartografici di mano del curatore, poi riproposto in una riedizione a stampa nel 1986.
Nel novembre del 1990, per i tipi della genovese Silver Press il giornalista e scrittore camogliese José Crovari pubblica “Tristan da Cunha. L’isola delle aragoste”, un volume di ben 156 pagine, che egli stesso definisce “un racconto storico sentimentale”.
In esso l’autore vuole compendiare trent’anni di suoi contatti epistolari con gli abitanti di Tristan e di suoi articoli apparsi su quotidiani genovesi.
Nel 1994 nella collana “Il mare” dell’editore Sellerio appare “I sogni di Tristan” di Marco Ferrari, un elegante volumetto di 122 pagine, in seguito ristampato: è il libro che segna il momento in cui la storia di Tristan esce definitivamente dal contesto storiografico locale e diventa per così dire un tema di più ampio e diffuso interesse, forse l’inizio di un successo la cui origine mi piacerebbe a questo punto chiamare il “mito” di Tristan.
Due anni dopo, nel 1996 il “mito” di Tristan colpisce ancora, e in modo incisivo: è la volta di Anna Lajolo e di Guido Lombardi, cineasti, in coppia dal 1968, che pubblicano, nella collana “Fiction” della Nuova ERI Edizioni Rai, “L’isola in capo al mondo”: 160 pagine dove raccontano il loro viaggio a Tristan, il cui movente primario sarebbe stato proprio la storia dei due naufraghi camogliesi Gaetano Lavarello ed Andrea Repetto.
Nel luglio del 2006, ricorrendo il quinto centenario della scoperta dell’isola, sempre Anna Lajolo e di Guido Lombardi pubblicano presso la casa editrice Le Mani di Recco “Le lettere di Tristan” dove in 118 pagine raccontano la vita su Tristan narrandola sul filo delle lettere scritte nell’arco di dieci anni dagli isolani agli autori a seguito del loro soggiorno laggiù.
Nell’aprile del 2008 Marco Fezzardi pubblica nella collana “La polena” dei Fratelli Frilli Editori di Genova il romanzo “Il medaglione di Tristan da Cunha”, un thriller di 176 pagine in cui - tra Genova, Camogli e Tristan - un’improvvisata coppia di investigatori tenta di rintracciare un prezioso monile tra piacevole ironia ed inaspettati colpi di scena
Nel 2012 escono poi ben due libri di narrativa in cui la storia di Tristan di nuovo diversamente riemerge e trascolora in due diversi prodotti letterari.
Il primo è “Acqua nera” di Sarah Ceriani, laureata in filosofia del linguaggio a Milano, dove ha lavorato per anni nell’ambito delle nuove tecnologie. E’ un giallo di 168 pagine, pubblicato da Zona Contemporanea, in cui la vicenda dei naufraghi di Tristan viene evocata ed introdotta in una vicenda poliziesca.
Il secondo è “Pietre e onde” di Alessandra Cenni, docente di letteratura italiana, che svolge attività di ricerca all’Università di Roma e di Atene. E’ un romanzo di 176 pagine, edito da Robin Edizioni, che si apre con la rievocazione del naufragio del vapore inglese <Croesus>davanti a San Fruttuoso di Capodimonte nell’aprile del 1855: qui la vicenda del naufragio dell’<Italia> a Tristan è per così dire ulteriormente contaminata - in una sottile quanto elaborata trama narrativa - con la memoria dei soggiorni di Nietsche nella nostra città.
Nel 2013 appare poi per le Edizioni Magenes il volume di Annamaria “Lilla” Mariotti “Tristan da Cunha. Storia e vicissitudini della più remota comunità umana”, di 278 pagine, che consegue un buon successo, tanto da essere attualmente esaurito ed in corso di ristampa.
Fresco di stampa è infine il libro di Giuseppina Picetti “Milleottocento miglia a sud di Sant’Elena”, 206 pagine, uscito per le edizioni Liberodiscrivere.
Questi sono solo i punti salienti di una mia breve ricerca bibliografica, sui cui esiti il lettore potrà poi, per proprio conto, riflettere, non senza riconoscere che oggi il “mito” di Tristan è sempre vivo e veramente fecondo.=

Avv. G. B. Roberto FIGARI - 14/7/2017

 

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