SOCIETA' CAPITANI E MACCHINISTI NAVALI - CAMOGLI

Ritratto di Zeppin
Ritorna all'indice della Narrativa/Index

Quella mattina era uguale a tante altre. Una fredda tramontana tagliava ogni centimetro di pelle scoperta e tutto rifletteva come fosse di vetro. Genova era quasi sveglia e si gustava ancora per poco il tepore casalingo. Presto si sarebbe specchiata nel suo porto dal sapore nordico. Il Torregrande rientrava veloce da un rimorchio “pesante” all'Italsider. L'equipaggio, assiepato sul ponte di comando, era pronto a divorare la focaccia con la cipolla ancora calda …bagnata dal solito bianchino frizzante.

Charly tra un viaggio e l'altro in altura, si teneva in allenamento, come comandante, in questa “università” della manovra portuale che aveva un organico di oltre quattrocento barcaccianti, alle dipendenze della più importante società del Mediterraneo, la “Rimorchiatori Riuniti”. La caccia ai giovani più dotati, che formassero gli equipaggi d'altomare era sempre aperta. Charly non cercava il “genio marinaro”, ma piuttosto un volontario con le caratteristiche del lupo di mare: più testa che fegato, un buon carattere, un elevato spirito di corpo e soprattutto uno stomaco d'acciaio.

L'esame finale d'ammissione all'altura consisteva nel superamento di un pasto a base di polpi quasi crudi, oppure di trippe alla genovese, condite dal sale di una burrasca forza sette. La sfida di gruppo al dio del mare avveniva in coperta, con il piatto in mano, stivali e incerata da tempesta. Era un'esibizione dal sapore arcaico, un rito fra odio e amore per esorcizzare il pericolo e cementare un legame.

Anche il Torregrande aveva fatto una sua scelta: il nostromo Zeppin, che rappresentava lo spirito e la continuità, il carattere e la combattività. C'era tuttavia qualcosa di strano e di misterioso: la normalità di Zeppin sulla terraferma, a bordo si trasformava in mito, diventando l'incarnazione di un folletto onnipresente, onnisciente e tanto positivo da diffondere euforia e ottimismo. Per lui il mondo umano si divideva in poche categorie: quelli di terra che ignorava e quelli di mare che rispettava come compagni di sventura, ma tra questi amava solo gli equipaggi d'altura, già…quelli che si alternavano sul Torregrande e ne ricevevano il suo “imprimatur”.

Il Nostromo Zeppin e sua moglie Anna/The Bosun Zeppin with his wife, Anna

Non era facile conquistare o farsi conquistare da Zeppin. Occorreva innanzitutto mostrare un viscerale e referente rispetto per il Torregrande, che era per lui casa, chiesa e scheggio… Lo spirito di corpo in lui era innato, come l'insularità della sua terra: Carloforte, alla quale si sentiva unito da un'impiombatura, che lui stesso ogni giorno ripuliva e curava.

Zeppin era duro come i leudi su cui era cresciuto. Diffidente, aveva occhi nerissimi e li roteava vispi, sempre alla ricerca d'improbabili pirati, in agguato su sciabecchi rapiti all'immaginario d'altri tempi. Zeppin era un uomo scaltro che vedeva in modo giovanile e pensava all'antica. Guardava gli strumenti nautici, ma osservava il colore del mare e il volo dei gabbiani; ascoltava i bollettini del tempo, ma scrutava attentamente le nuvole e amava soprattutto storpiare i proverbi dei suoi avi tabarchini.

Zeppin era un uomo senza tempo, un pezzo di mare che poteva scivolare su e giù per qualsiasi coperta, in ogni angolo di mondo macchiato di minio, cordami e bozzelli. Forse era proprio lui il prototipo, il cosiddetto uomo di mare, dolce e premuroso, che volgeva improvvisamente in burrasca, capace di consumare vendette e poi il perdono.

Carlo Gatti - tratto da "Quelli del Torregrande" - Nuova Editrice Genovese 2001